Editoriale

EDITORIALE di Pierfrancesco Salerno

Dunque, prima di prendere qualunque decisione, secondo l’esperta, è necessario farsi i conti in tasca e porsi alcune domande fondamentali. «Quali sono le spese difficilmente modificabili e necessarie nell’arco del mese che dobbiamo riuscire a coprire con il nuovo lavoro? Quali quelle più flessibili che potrebbero avere una riduzione o aumento in caso di cambio vita (babysitter, trasporti, alimenti: da non sottovalutate il buono mensa che ci evita la spesa del pranzo quotidiano e che potrebbe non esserci più con il passaggio al nuovo impiego)?». Solo fatti questi conti, conclude Ami Fall, si può davvero comprendere se il nuovo stile di vita sarà sostenibile o capire quanto dovremmo guadagnare con un nuovo lavoro magari più soddisfacente ma meno remunerativo. «Pretendere di cambiare un aspetto così importante come quello lavorativo senza valutare le ripercussioni che potrebbe avere, a livello di budget, il nuovo stile di vita, può effettivamente scatenare il panico anche nel più volenteroso

Cambiare lavoro è il sogno della maggior parte dei lavoratori, così come cambiare casa, cambiare macchina, …cambiare donna/uomo. Poi però ci si accorge che il passo è veramente duro, perché stiamo bene nella “confort zone”, perché ogni cambiamento incute timore, addirittura paura. Ed allora diventiamo stressati, omologati, di cattivo umore, indifferenti al prossimo se non addirittura cattivi. Ogni cambiamento produce delle conseguenze, così come ogni azione produce una reazione, è inevitabile ma anche, a volte, necessario. Dunque, come agire?

Certamente non di pancia, ma ragionando sui pro e contro che produrrà questo cambiamento. E’ veramente quello che voglio? Ma soprattutto so quello che voglio? Rispondendo a queste domande, poi il resto è in discesa, con le dovute accortezze di considerare le spese fisse che ognuno di noi  porta con sé (mutuo casa, affitto, rata auto, assicurazione sanitaria e previdenziale, oggi assolutamente obbligatorie); se con il nuovo lavoro copriremo tutte queste spese, e resta qualcosa per vivere e sperare, allora via gli indugi. (Pierfrancesco Salerno)

“Vorrei licenziarmi ma non me lo posso permettere”. Come gestire lo stress da dimissioni impossibili

Il mutuo, le bollette, il caro vita che incombe, le piccole e grandi scadenze economiche quotidiane, possono rallentare sogni e ambizioni professionali di chi vorrebbe dimettersi e cambiare vita ma proprio non può farlo. Con l’aiuto di uno psicoterapeuta e una divulgatrice finanziaria, abbiamo provato a costruire i tasselli di un piano B a prova di frustrazione.

La recente ondata di “Great Resignations”, con numeri enormi di persone che hanno lasciato una posizione professionale anche stabile e ben remunerata per abbracciare nuovi desideri e ambizioni in relazione alle nuove priorità imposte dalla pandemia, ha acceso i riflettori su un nuovo modo di vedere il lavoro. Non più qualcosa per cui sacrificarsi, bensì elemento necessario ma non centrale di un’esistenza che deve essere votata prima di tutto ad altro: famiglia, passioni, hobby, tempo libero, viaggi tra le altre cose. Secondo le stime dell’AIDP – Associazione italiana direzione personale, il fenomeno che sta portando migliaia di persone, in particolare quelle tra i 26 ai 35 anni, a mollare il proprio impiego, interessa ormai il 60% delle aziende nostrane: il flusso di grandi dimissioni quindi, dopo essere partito dagli Stati Uniti, è approdato anche nella penisola.

Risulta evidente, a partire da questi dati, il desiderio di cambiamento, soprattutto alla luce di posizioni professionali imperniate su rapporti interpersonali difficili, che spesso diventano fonte di stress, ansia o addirittura di burnout. Sarebbe però poco obiettivo parlare di Great Resignations senza tenere conto di tutte quelle persone che si sono rese conto di voler lasciare un lavoro insoddisfacente, ma non possono proprio permetterselo da un punto di vista economico.

Il caro vita, le rate del mutuo, le bollette sono il principale cruccio di chi vorrebbe cambiare prospettiva ma, semplicemente, non può farlo. Abbiamo raccolto diverse testimonianze in merito a queste dimissioni impossibili che provocano rabbia, ansia, frustrazione e tristezza e impattano non poco sul benessere mentale, analizzandole con l’aiuto di uno psicoterapeuta e una divulgatrice finanziaria.

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Quel cambiamento impossibile

A., 36 anni, ci ha raccontato la sua esperienza con un lavoro insoddisfacente che però non può proprio permettersi di lasciare e delle sensazioni che prova in questa situazione di stallo. «Dieci anni di giornalismo locale, due di disoccupazione e infine, morale della favola: faccio la commessa da 5 anni, nel mentre una seconda laurea triennale e una tesi magistrale da discutere a breve, ed è qualcosa che detesto con tutta me stessa». Il lavoro attuale di A. non rispecchia le sue attitudini creative, ma, messa davanti alla scelta di aprire partita Iva per inseguire il sogno della scrittura, si è resa conto che questo cambiamento non sarebbe stato compatibile con introiti e tasse di un marito freelance. «Ho 36 anni, tre lauree e un impiego che mi fa sentire infelice. Sono la ragazza sorridente che si mette a disposizione dei clienti ma, in qualche modo, mi sento trasparente. Il fatto di lavorare senza metterci il cuore è quello che più mi fa male: lavorare non dovrebbe essere un atto fine a se stesso, una pratica da archiviare prima che faccia buio». Per A., la necessità di portare a casa uno stipendio fisso e la stabilità che le dà l’impiego da dipendente l’hanno spinta a mettere da parte le ambizioni per far quadrare i conti a fine mese, anche se si sente «in un labirinto senza ingresso e senza uscita che mi fa sentire soffocata e intrappolata in una situazione che mi spegne giorno dopo giorno».

Anche F. ci ha raccontato la sua esperienza ventennale di impiegata di banca: con l’acquisizione della sua azienda da parte di una grande realtà internazionale, ha visto modificati ritmi e prospettive di lavoro. Un cambiamento che l’ha portata a patire non poco sul piano mentale: «Ho avuto diversi attacchi d’ansia, curati con psicoterapia e farmaci. Chiedo da anni di essere trasferita, ma la richiesta viene totalmente ignorata. Vorrei lasciare il mio lavoro, ma ho un ottimo stipendio e questo mi spinge a stringere i denti, a sopportare».

Infine I., giornalista campana, vive quotidianamente una situazione difficile in ufficio, che l’ha portata a realizzare la necessità di cambiare aria e ambiente per stare meglio. «Il clima sul posto di lavoro mi fa stare male continuamente, vivo nell’ansia perenne di essere licenziata, di essere criticata perché non do il massimo.  A questo si aggiunge la paura di rimettermi di nuovo alla ricerca, dopo aver cambiato già tantissimi lavori e non aver mai trovato un equilibrio. Senza contare che c’è il mutuo da pagare, le spese continue della quotidianità e il non poter proprio permettersi di restare senza uno stipendio fisso. Una situazione che a volte sembra insormontabile».

Frustrazione, rabbia, paura: così il mancato cambiamento impatta sulla salute mentale

Alla luce di queste tre testimonianze, che sembrano condensare sentimenti e situazioni comuni a molte persone, abbiamo sentito lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Botti (@psicoexplorer su Instagram). «Una delle emozioni preponderanti è la paura che ogni cambiamento porta con sé. Lasciare una zona sicura e un equilibrio costruito a fatica comporta un rischio, sensazione che spesso ci spinge a rimanere dove siamo, anche con sofferenza, per evitare di buttarci nell’ignoto», ci ha detto l’esperto. «Ogni forza che ci porta in avanti e ci invita a cambiare combatte contro un’altra che, al contrario, ci mantiene nell’impasse: per questo cambiare è così difficile». A questa emozione si legano anche rabbia e rancore, per sé e nei confronti degli altri. «Possono essere distruttive sia quando autoreferenziali, ovvero quando ci si addossa ogni colpa; sia quando sono rivolte al mondo esterno, perché è un modo per deresponsabilizzarsi». Infine ci sono senso di inadeguatezza, tristezza, impotenza, rassegnazione, fino ad arrivare alla disperazione e alla vergogna.

Come gestire dunque la frustrazione generata da queste emozioni faticose e dal cambiamento lavorativo che stenta ad avviarsi? «Soprattutto nel caso in cui la responsabilità dell’immobilità viene addossata al mondo esterno o a eventi contingenti, si rischia che questo grosso senso di insoddisfazione oscuri tutto il resto». Se la frustrazione è inconsapevole e latente tende a diventare distruttiva: meglio parlarne con un professionista, per arginare i danni e coltivare consapevolezza su relazioni, priorità, valori e significati rispetto a quello che siamo e vorremmo essere».

Lo stress legato allo stallo del cambiamento, però, si può aggirare, partendo dal presupposto che ne esiste anche una versione costruttiva, che spinge a fare, cambiare, a capovolgere punti di vista. Dare spazio al corpo, produrre serotonina con lo sport, prendersi del tempo per respirare e trovare il baricentro nel qui e nell’ora con pratiche di mindfulness, sono ottimi strumenti per riequilibrarsi. «Il punto è darsi obiettivi realistici e sostenibili per vivere il processo motivazionale, con i suoi alti e bassi, al meglio delle proprie possibilità. L’importante è cogliere le sfumature del cambiamento, che è multidimensionale: non c’è un evento che cambia la vita e la rende perfetta o diversa, ma un insieme di eventi che portano a un miglioramento oppure a un’evoluzione. Non è tanto cosa facciamo ma chi arriviamo ad essere che dà un peso alla nostra identità». Insomma, il cuore di questo processo è la gradualità: costruire, un passo alla volta, un nuovo contesto, anche se è faticoso, anche se è un salto nel buio.

Educazione finanziaria per mettere in atto piani B sostenibili

Ami Fall, divulgatrice finanziaria, founder del progetto Instagram @pecuniami e autrice del libro “Signore è ora di contare! Manuale di consapevolezza finanziaria” (ed. Bookabook) ci ha svelato che, dal punto di vista finanziario, un piano B è comunque possibile. Insomma, esiste un modo per non arrivare mai al punto di non ritorno in cui ci si dice: “Sto male, ma non posso proprio permettermi di mollare”. Servono consapevolezza e un po’ di strategia, senza essere per forza maghi della finanza.

«Quando si decide di accettare un lavoro per mero bisogno, anche se può sembrare un sacrificio, sarebbe una scelta strategica accantonare una cifra, anche minima, per fare cassetto. Il nostro stile di vita si adegua molto facilmente a situazioni di regolarità (stipendio mensile, benefits), ma è molto difficile da modificare: riuscire a “sacrificare” sin da subito una seppur minima quota del guadagno per impostare il famoso piano B aiuta a tenere duro nei momenti di sconforto e tiene viva l’idea che quel lavoro frustrante, impossibile e monotono non sarà per sempre», conferma Ami.

«Ovviamente, in caso di maggiori entrate, sapere di quanti soldi potremmo aver bisogno per coprire le spese principali in un periodo di cambiamento (ad esempio nel passaggio tra un lavoro e l’altro o da dipendente a partita iva, oppure nel corso di un anno sabbatico) ci permette di accantonare fondi in maniera più precisa tanto da avere davvero un piano strategico per il cambio lavoro», suggerisce la divulgatrice. «In determinate condizioni c’è la possibilità di prelevare fino al 30% di quanto depositato nel proprio fondo pensione: considerato il fatto che molto spesso il datore di lavoro, in caso di nostra contribuzione volontaria, è tenuto a versare un ulteriore importo, questa è la soluzione più rapida per accantonare un tesoretto senza intaccare troppo le finanze».

Come regolarsi, infine, con la gestione economica quotidiana e delle scadenze mensili improrogabili che rendono certe scelte difficili (se non impossibili), così da mettere, in quel famoso cassetto, non i propri sogni professionali ma un bel gruzzoletto salva-ambizioni?

«Questo desiderio di riequilibrare vita e lavoro arriva alla fine di un percorso interiore che spinge alla fretta, ci provoca ansia e nasconde le soluzioni praticabili», suggerisce l’esperta. «Soprattutto quando ci sono voluti anni per calibrare lo stile di vita rispetto alle entrate effettive, può essere molto difficile valutare un cambiamento che comporta una diminuzione o una variazione dei flussi in entrata». Insomma, ancora una volta: il timore dell’ignoto è normale. «Un nuovo lavoro impatta sulle spese che si sostengono quotidianamente». Dunque, prima di prendere qualunque decisione, secondo l’esperta, è necessario farsi i conti in tasca e porsi alcune domande fondamentali. «Quali sono le spese difficilmente modificabili e necessarie nell’arco del mese che dobbiamo riuscire a coprire con il nuovo lavoro? Quali quelle più flessibili che potrebbero avere una riduzione o aumento in caso di cambio vita (babysitter, trasporti, alimenti: da non sottovalutate il buono mensa che ci evita la spesa del pranzo quotidiano e che potrebbe non esserci più con il passaggio al nuovo impiego)?». Solo fatti questi conti, conclude Ami Fall, si può davvero comprendere se il nuovo stile di vita sarà sostenibile o capire quanto dovremmo guadagnare con un nuovo lavoro magari più soddisfacente ma meno remunerativo. «Pretendere di cambiare un aspetto così importante come quello lavorativo senza valutare le ripercussioni che potrebbe avere, a livello di budget, il nuovo stile di vita, può effettivamente scatenare il panico anche nel più volenteroso. Però c’è una buona notizia: il mercato del lavoro si è sbloccato e il posto lasciato da qualcuno potrebbe essere il nostro lavoro ideale. Quindi bisogna farsi trovare pronti e consapevoli, solo così per evitare di compiere scelte affrettate o di ripiego».

di Stefania Medetti

Fonte : “Vorrei licenziarmi ma non me lo posso permettere”. Come gestire lo stress da dimissioni impossibili, Gender pay gap in famiglia: se la donna guadagna di più, l’uomo è più stressato
La Repubblica