Mutatis Mutandis

Oltre la pandemia, oltre la guerra in Ucraina, sta nascendo una nuova “peste” del secolo. L’ANALFABETISMO DI RITORNO.

L’analfabetismo di ritorno è quel fenomeno attraverso il quale un individuo che abbia assimilato nel normale percorso scolastico di alfabetizzazione le conoscenze necessarie alla scrittura e alla lettura, perde nel tempo quelle stesse competenze a causa del mancato esercizio di quanto imparato. Un analfabeta di ritorno, dunque, dimentica via via quanto assimilato perdendo di conseguenza la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere messaggi e, in senso più ampio, di comunicare con il prossimo e con il mondo circostante.

Per definizione l’analfabetismo di ritorno differisce dall’analfabetismo, che è invece determinato dal non avere mai assimilato alcuna competenza di scrittura e di lettura.

Il 98,6% degli italiani è alfabetizzato, ma sfiora il 30% la quota di cittadini tra i 25 e i 65 anni con limitazioni nella comprensione, lettura e calcolo. A tal proposito da un’indagine denominata ‘Istruzione e futuro: un gap da colmare’ realizzata per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli dall’Istituto Carlo Cattaneo emerge che i bassi livelli di istruzione generano ingenti costi di seguito elencati:

  • Costi a livello individuale: esclusione sociale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà.
  • Costi sociali: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute.
  • Costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività.[2]

Questa piaga dilagante è, purtroppo, accentuata dall’uso eccessivo dei social, dove per velocizzare al massimo le notizie, si dimentica, spesso, la grammatica, la consecutio temporum ecc.. Tralascio l’aspetto sociale e micro economico del problema e mi soffermo su quello formativo, troppo spesso sottovalutato.

Perché le Università italiane sono poco “appetitose” per i ragazzi d’oggi? Perché la Scuola Superiore non svolge più il ruolo di EDUCATORE CIVICO E SOCIALE delle future generazioni? E mi domando ancora. La grammatica, la consecutio temporum oggi l’insegnano ancora?

Questi ragazzi hanno bisogno di aiuto. Un ruolo centrale deve essere svolto dal Terzo Settore nel campo relazionale e formativo, in sinergia con gli Enti locali, troppo spesso, distratti da esigenze di bilancio che non lasciano scampo. Ma allora, esiste la co-programmazione, esiste la co-progettazione (v. Sentenza della Corte Costituzionale 131/2020. Abbiate fiducia nel Terzo Settore!!! (Pierfrancesco Salerno)

NON STUDIO, NON LAVORO, NON GUARDO LA TIVÙ – AUMENTANO I “NEET”, I GIOVANI TRA I 15 E I 29 ANNI CHE NON SONO INSERITI IN UN PERCORSO SCOLASTICO NÉ IN UN’ATTIVITÀ LAVORATIVA E NON CERCANO UNA PROFESSIONE: SONO IL 23,1% – NEI DUE ANNI DI PANDEMIA È RADDOPPIATA LA PERCENTUALE DI ADOLESCENTI INSODDISFATTI DELLA PROPRIA VITA. E COSÌ AUMENTANO SEDENTARIETÀ E CONSUMO DI ALCOL…

Non studiano, non lavorano e non stanno neanche cercando di farlo. Sono insoddisfatti della loro vita e la pandemia, in questo, non ha potuto far altro che aggravare la situazione.

È questo l’amaro ritratto dei giovani italiani che emerge dal rapporto Bes 2021 Il benessere equo e sostenibile in Italia diffuso dall’Istat. L’Italia infatti ha il triste primato in Europa del maggior numero dei cosiddetti Neet, Not in Employment, Education or Training, vale a dire i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono inseriti né in un percorso scolastico o formativo né in un’attività lavorativa.

Nel 2021 il 23,1% dei giovani non studia né lavora, il dato è in leggero calo rispetto al 2020 quando i giovani senza alcun tipo di occupazione avevano raggiunto il 23,7%, ma resta comunque il picco d’Europa.

E rappresenta, praticamente, un quarto della popolazione compresa tra l’età adolescente e l’età adulta. Purtroppo l’incidenza di Neet aumenta tra le donne arrivando al 25% di ragazze che non studia né lavora mentre tra gli uomini scende al 21,2%.

I TERRITORI

Non solo, a far la differenza sono anche i territori. Ci sono regioni in cui il dato aumenta vertiginosamente raggiungendo anche quasi 4 ragazzi su 10. È il caso, ancora una volta del Sud e delle sue profonde difficoltà occupazionali.

Le regioni italiane con la quota più elevata di Neet sono infatti la Puglia con il 30,6% dei giovani, la Calabria con il 33,5%, la Campania con il 34,1% e la Sicilia che raggiunge addirittura il 36,3%.

Si tratta di un fenomeno in crescita, soprattutto in Italia: basti pensare che nel 2008 i Neet rappresentavano il 19,3% dei giovani in Italia e il 13,1% in Europa e la crescita in Italia è stata più veloce di quanto non sia avvenuto nella media Unione Europea.

Ad esempio nel primo trimestre del 2021 è stato registrato un incremento dell’incidenza dei Neet, rispetto al trimestre precedente, più in Italia, con un +0,6%, che nel resto della Unione Europea con un +0,1%. In Italia, anche in questo caso, l’aumento è stato più pesante per le donne, con un punto percentuale, rispetto agli uomini con un +0,2%.

Il fenomeno dei Neet riguarda diversi fattori, si va dalla dispersione scolastica e universitaria fino alla ricerca di un lavoro che non arriva e che, quindi, neanche si cerca più.

GLI ADOLESCENTI

Ma c’è un altro aspetto, decisamente legato all’emotività e alla sensibilità dei più giovani, che desta allarme. Nei due anni di pandemia è raddoppiata infatti la percentuale di adolescenti, tra i 14 e i 19 anni, insoddisfatti della loro vita: nel 2019 erano il 3,2% del totale, nel 2021 sono diventati il 6,2%.

«Si tratta di circa 220 mila ragazzi che si dichiarano insoddisfatti della propria vita e si trovano, allo stesso tempo, in una condizione di scarso benessere psicologico – ha spiegato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, nella presentazione del rapporto sul Bes – gli stessi fenomeni di bullismo, violenza e vandalismo a opera di giovanissimi, degli ultimi mesi, sono manifestazioni estreme di una sofferenza e di una irrequietezza diffuse e forse non transitorie».

Tra i campanelli di allarme non c’è solo la sensazione di insoddisfazione ma anche le cattive abitudini sempre più presenti: la sedentarietà tra i giovani è passata dal 18,6 al 20,9% mentre tra i 14enni e i 17enni i consumatori di alcol a rischio sono addirittura il 23,6%.

«Le politiche giovanili, nel nostro Paese che invecchia – ha aggiunto Blangiardo – hanno di rado ricevuto attenzione prioritaria e risorse adeguate. Il quadro fornito dagli indicatori del Bes suggerisce che è tempo di cambiare strategia. Fuori da ogni retorica, si può dire che le politiche per il benessere dei giovani siano, oggi più che mai, politiche per il benessere del Paese tutto intero».

Le condizioni di benessere psicologico dei ragazzi infatti, sempre nella fascia compresa tra 14 e 19 anni, nel 2021 sono peggiorate, soprattutto tra le ragazze: il punteggio per le femmine, infatti, è diminuito di 4,6 punti rispetto al 2020 scendendo a 66,6 ragazze su 100 mentre i maschi hanno perso 2,4 punti, arrivando a 74,1 su 100.

di Lorenza Loiacono

Fonte : NON STUDIO, NON LAVORO, NON GUARDO LA TIVÙ 
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