Report Previsionale sugli Scenari Economici 2022

Scenario Primo e Secondo Trimestre 2022

a cura del Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI

Cosa succede nel 2022? Arriva una mini tempesta perfetta fatta di inflazione, costo dell’energia, fallimenti, aumento del costo del denaro? e se ci sarà come evitarla?

Analisi e proposte del report semestrale 2022 del Centro Studi di Confassociazioni

  1. Commento strategico
  2. L’inflazione è come il colesterolo: c’è quella buona e quella cattiva
  3. I dati della crisi sulla pelle di imprese e famiglie
  4. Occupazione e disoccupazione: su donne, giovani e lavoratori autonomi l’impatto più grande della pandemia economica
  5. La “mini” tempesta perfetta: nel 2022, aumento straordinario dei prezzi di luce e gas per il 2022
  6. Manca un Piano Industriale nazionale
  7. A rischio dissesto finanziario più di 700mila PMI con una possibile perdita di circa 27 miliardi di €
  8. Il dramma settoriale: CIGS in deroga e AIO (Assegno Ordinario Covid) non prorogati dopo il 31/12/2021
  9. Dal 1° gennaio 2022, il Tasso Legale d’Interesse è salito del 125% a causa dell’inflazione
  10. Ricordarsi dell’agricoltura. La fiammata del prezzo del grano e le ripercussioni sul prezzo al dettaglio della pasta
  11. L’ingiustizia finale: dalla rimodulazione delle aliquote IRPEF alla Riforma Fiscale

Commento Strategico

Siamo sempre stati ottimisti. Lo dicevamo nel Report del nostro Centro Studi di aprile 2021 perché, come sintesi di una grande Confederazione che ha 1 milione e 240mila iscritti di cui 213mila imprese e 725 associazioni di professionisti e PMI, sentiamo il dovere profondo di fare tutto quello che è possibile per un futuro migliore del Paese e degli associati di CONFASSOCIAZIONI.

Ma la realtà è che siamo abbastanza preoccupati perché, come avevamo più volte affermato negli ultimi mesi del 2021, l’importante dato di crescita del sistema Italia nel corso dell’anno appena trascorso va confermato e consolidato nei primi 2 trimestri del 2022. E, invece, gli ultimi dati sulla produzione industriale e sulle esportazioni del quarto trimestre 2021 raccontano che la crescita del nostro Paese sta rallentando per tanti motivi (Omicron compresa).

Col risultato che, dopo un 2021 che dovrebbe chiudere al più 6,5% (dati Istat), il 2022 potrebbe avere un PIL intorno al più 4% (dice Bankitalia), anche se il Fondo Monetario Internazionale già lo stima solo al 3,8%.

I numeri della ripresa del 2021 non dicono però tutto e la realtà appare meno esaltante. Alla fine del 2021 il PIL è di circa 3 punti percentuali inferiore a quello del 2019 che a sua volta risultava circa 4 punti percentuali inferiore a quello del 2007. In altre parole, possiamo dire che siamo il 7% circa meno ricchi di 15 anni fa.

Ma guardiamo al futuro. Con il petrolio tornato sopra gli 80 dollari al barile, l’inflazione dell’Eurozona al 5% (la più elevata da quanto esiste la moneta unica) e una crisi geopolitica come quella dell’Ucraina alle porte, i consumi e gli investimenti non dovrebbero aiutare la crescita del PIL. Anche la nostra inflazione, che alla fine del 2021 era più bassa della media europea, è cresciuta dell’1,6% solo nel mese di gennaio, soprattutto a causa dei rincari dell’energia. Per questo non dobbiamo dimenticare che il nostro debito pubblico, con i tassi di interesse in rialzo nel 2023, sarà molto più oneroso.

Certo, da quest’anno avremo la spinta positiva del PNRR (191 miliardi di € più gli investimenti del Fondo straordinario messo a disposizione dal Governo). E senza dimenticare che tale “booster” si affianca al Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, quello “classico” degli investimenti UE che confluiscono in fondi standard come il FSE, il FESR e tutti gli altri.

Ma, anche in questo caso, dobbiamo essere prudenti e pragmatici: il nostro Paese, infatti, dovrà centrare almeno 45 degli obiettivi previsti per incassare i prossimi 24,4 MLD di € (21,5 MLD li avevamo già traguardati avendo raggiunto gli obiettivi previsti al 31 dicembre 2021). E, soprattutto, che questi 45 obiettivi sono riforme di sistema o settoriali che impatteranno i nostri mondi produttivi e le loro eventuali rendite di posizione.

Per questo, siamo convinti che quello che abbiamo avuto nel 2021 sia un grande rimbalzo, importante ma settoriale, fatto cioè principalmente dall’export, con i magazzini che si sono svuotati dopo l’accumulo del 2020, e poi dovuto ai superbonus immobiliari, che hanno trainato sia sul fronte dei lavori di ristrutturazione che su quello delle compravendite. Senza dimenticare che la ripresa della produzione industriale segnalata dai dati Istat è generata non solo da un valore reale, ma anche dal valore contabile di aumento dei prezzi, soprattutto dell’energia.

Come affermato più volte dal Presidente Draghi, tutto questo andrà confermato a partire dai primi due trimestri del 2022, al netto dei miglioramenti della situazione epidemiologica e dell’attuale crisi delle materie prime, in particolare energetiche, che sta avendo ripercussioni importanti sui prezzi e, di conseguenza, sul potere reale di acquisto dei consumatori.

In questo Report del primo semestre 2022, però, non vogliamo parlare dei fattori della crescita o del suo rallentamento. Ci sono ancora troppi fattori oscuri per fare valutazioni concrete e pragmatiche. L’opacità sul futuro deriva dalle eventuali varianti della pandemia, dalle strozzature delle filiere globali, dalle speculazioni sul mercato dell’energia, dalle crisi geopolitiche (Ucraina e Taiwan), da un’inflazione forse transitoria, forse permanente, di cui nemmeno le grandi Banche Centrali hanno compreso bene gli andamenti.

L’inflazione è come il colesterolo: c’è quella buona e quella cattiva

Perché l’inflazione è come il colesterolo. C’è quella da domanda, quella HDL, quella cioè transitoria che deriva da una rapida crescita della domanda stessa che l’offerta non riesce a soddisfare e, dunque fa aumentare i prezzi (ma, se il sistema di mercato funziona, anche i redditi e le retribuzioni). Un significativo indicatore di una importante crescita dell’economia che si può eventualmente sopportare per un periodo limitato.

E poi c’è quella LDL, quella cattiva, quella da speculazione, quella che (come il colesterolo) impatta le “arterie” delle spese delle famiglie e ai costi delle imprese. È quella che si “appiccica” ai prezzi al dettaglio di commercianti e artigiani, alle parcelle dei medici, dei servizi professionali e tecnologici, ai costi fissi delle forniture energetiche e della produzione conseguente. E il problema è che quella LDL è un’inflazione che, come il colesterolo cattivo, diventa permanente perché i costi o le parcelle che ricordavamo diventano componente permanente della spesa dei consumatori finali. E non diminuiscono più.

I dati della crisi sulla pelle di imprese e famiglie

D’altra parte, i numeri in gioco sono straordinariamente importanti. Secondo il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, tra 2020 e 2021 abbiamo perso quasi 450 miliardi di fatturato, recuperandone solo circa 150 miliardi nel secondo e terzo trimestre 2021. Mancano ancora all’appello circa 300 miliardi di €, senza contare il nero che si sta espandendo anche a causa della criminalità organizzata e dell’usura.

D’altra parte, quello che non abbiamo ancora compreso è che la pandemia non ha confini ma l’economia della pandemia li ha e sono molto precisi. Le esportazioni sono andate alla grande nel 2° e 3° trimestre del 2021, ma poi hanno subito l’impatto della crescita dei prezzi dell’energia e delle strozzature delle filiere globali. Alcuni settori come logistica, tecnologia, farmaceutico, alimentare per la GDO, immobiliare (grazie al sistema dei bonus e alle compravendite) guadagnano comunque alla grande.

Altri settori ancora come turismo, commercio, ristorazione e servizi professionali (tutti servizi non essenziali e rimandabili in una situazione di incertezza) sono fragilissimi. Sono settori che, avendo bruciato patrimonio, risorse proprie e con i debiti contratti con le banche in più di un anno di lockdown a singhiozzo con consumi inesistenti, sono a rischio chiusura, nonostante il recupero del 3° trimestre 2021.

Per questo il nostro Paese rischia grosso, nonostante le risorse del PNRR. Fino ad adesso abbiamo vissuto una situazione anestetizzata. Bonus economy, cassa Covid per tutti, divieto di licenziamenti, smart working, quarantena come malattia e molti che ne hanno abusivamente approfittato. Tutto ovattato sul piano economico e sociale per evitare ulteriori conflitti ad un sistema che vede tanta parte dello Stato impegnata nella lotta alla pandemia.

Ma ora la festa sta finendo. Per una serie di motivi incrociati che potrete leggere nelle pagine seguenti, potrebbero chiudere almeno una impresa su 5 sotto i 10 dipendenti nei prossimi 12/18 mesi con conseguenze importanti sul piano occupazionale (basterebbe guardare i dati prospettici dell’ultimo report dell’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro). Perché se una partita IVA chiude o un’impresa porta i libri in tribunale, si distrugge capacità produttiva e occupazionale, oltre a quella fiscale che ne deriva. E se si perdono imprese e capacità produttiva, ci vorranno tanti anni per recuperarle in termini di PIL. Un dato di fatto da tenere in considerazione.

Occupazione e disoccupazione: su donne, giovani e lavoratori autonomi l’impatto più grande della pandemia economica

Come anticipato, l’OIL e l’Istat prevedono che il grave vulnus generato dalla pandemia sull’occupazione si stia riducendo, ma continuerà ad essere alto nei prossimi anni.

A dicembre 2021, comunque un dato positivo: il tasso di occupazione è stabile al 59%. La stabilità dell’occupazione è sintesi della crescita del numero di occupati tra le donne, i dipendenti a termine e le persone con meno di 50 anni d’età e del calo tra gli uomini, gli autonomi e gli ultracinquantenni.

La diminuzione del numero di persone in cerca di lavoro (-1,3%, pari a -29mila unità rispetto a novembre) si osserva tra le donne e per tutte le classi d’età, con l’unica eccezione dei 35-49enni. Il tasso di disoccupazione scende al 9,0% nel complesso (meno 0,1 punti) e al 26,8% tra i giovani (meno 0,7 punti).

Bene ma non benissimo se si considera che la maggior parte della crescita viene dal settore immobiliare dove i vari superbonus (a tendere in esaurimento) hanno praticamente raggiunto livelli da “piena occupazione”, trainando soprattutto i contratti precari (o il lavoro nero, purtroppo).

Nell’andamento complessivamente positivo, valutazioni ancora molto negative nei 12 mesi si registrano per i lavoratori indipendenti (meno 3,0%, pari a meno 150mila occupati) e per quelli tra i 35 e i 49 anni. In altri termini, le partite IVA (lavoratori autonomi e professionisti continuano a calare visibilmente, portandosi stabilmente sotto i 5 milioni). E, come abbiamo già affermato, quando una partita IVA chiude o un’impresa porta i libri in tribunale, si distrugge capacità produttiva e occupazionale, oltre a quella fiscale che ne deriva.

Senza dimenticare il dato di genere sull’occupazione femminile. La disparità è più pronunciata soprattutto nel nostro Paese dove, a livello nazionale, il tasso di occupazione femminile (49%, ovvero lavorano 49 donne su 100) è inferiore di 18.3 punti percentuali rispetto a quello maschile (67,2%). Con ulteriori, importanti, diversificazioni tra Nord e Sud: ad esempio, in Sicilia lavorano solo il 30% delle donne.

In altri termini, gli stravolgimenti causati dalla pandemia, le carenze strutturali e i nuovi rischi riducono il potenziale per la creazione di quello che l’OIL definisce “lavoro dignitoso”. E questo perché la ripresa del mercato del lavoro è parziale e settoriale come la ripresa economica. E, infatti, il lavoro a tempo determinato (e non quello a tempo indeterminato, vero indice di un orizzonte di stabilità), con il recupero dell’occupazione nel nostro Paese generato prevalentemente da tale tipologia di contratto, è diventato un ammortizzatore dell’incertezza dell’economia. Aumentando, però, il livello di incertezza tra le persone che lavorano.

La “mini” tempesta perfetta: nel 2022, aumento straordinario dei prezzi di luce e gas per il 2022

Lo aspettavamo con ansia e, alla fine è arrivato: l’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente) ha comunicato ufficialmente gli aumenti di luce e gas per il primo trimestre 2022 rispettivamente pari a +55% e +41,8%. Per la bolletta elettrica la spesa per la famiglia-tipo sarà di circa 823 euro, con una variazione del più 68% rispetto ai 12 mesi dell’anno precedente (aprile 2020/marzo 2021), corrispondente a un incremento di circa 334 euro/anno. Nello stesso periodo, la spesa della famiglia tipo per la bolletta gas sarà di circa 1560 €, con una variazione del più 64% rispetto ai 12 mesi dell’anno precedente, ovvero più 610 € all’anno.

Gli aumenti delle bollette sono solo il riflesso del trend di forte crescita delle quotazioni internazionali delle materie prime energetiche e dalla crescita del prezzo per le industrie che emettono CO2. In particolare:

  • il prezzo del gas naturale al TTF (il mercato di riferimento europeo) è aumentato, da gennaio a dicembre 2021, di quasi il 500% (da 21 a 120 €/MWh, valori medio mensile);
  • nello stesso periodo, il prezzo delle emissioni di CO2 è più che raddoppiato (da 33 a 79 € per tonnellata e, adesso, non siamo lontani dai 100 €).

La crescita marcata dei costi del combustibile e della CO2 si è riflessa, quindi, nel prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso che, nello stesso periodo, è aumentato di quasi il 400% (nei valori medi mensili). Analoghe ripercussioni sui prezzi per i consumatori finali si sono registrate in tutta Europa.

Un grande problema per le famiglie ma, soprattutto, per le imprese italiane che, già prima della pandemia, pagavano (tra costi della materia prima e, soprattutto, oneri di sistema) il prezzo più alto per l’energia rispetto a tutte le imprese europee. Un fattore straordinario di svantaggio competitivo che si riflette nella produttività e nel PIL.

Quando si guarda alla scarsa crescita del nostro PIL negli ultimi 20 anni, consideriamo allora anche il fatto che abbiamo speso almeno 300 miliardi di € negli ultimi 12 anni a carico della collettività (imprese comprese) per arrivare al “solo” (anche se importante) 20% di energie rinnovabili nel Paese.

Per questo a livello aziendale, nel nostro Paese soffrono le piccole e medie imprese e soprattutto le aziende manifatturiere più energivore. Settori come acciaio, cemento, ceramica, fonderie, vetro (in particolare, quelle che non possono rallentare perché hanno un surplus di domanda dai superbonus vari), stanno subendo uno shock senza precedenti nonostante abbiano fatto importanti investimenti sulle rinnovabili, spesso dopo inenarrabili odissee burocratiche.

Una parte dei costi possono essere trasferiti sui consumatori/clienti ma questo, come vediamo ormai chiaramente, genera inflazione al dettaglio che, a sua volta, distrugge la domanda di beni e servizi. L’alternativa, come in alcuni casi sta già accadendo a seguito delle valutazioni costi/ricavi, è chiudere le produzioni. E non produrre vuol dire non vendere e, dunque, livelli di PIL più bassi per il Paese nel 2022.

Manca un Piano Industriale nazionale

Come gestire la crisi? Alcuni provvedimenti del Governo ci stanno provando anche se le risorse messe a disposizione possono solo in quota parte arginare l’impatto dello tsunami che sta investendo famiglie e imprese.

In ogni caso, la risposta a una simile domanda coinvolge le dinamiche competitive italiane: la mancanza di un piano energetico nazionale (al di là degli investimenti del PNRR) e la mancanza di un piano strategico (industriale, economico e finanziario) di lungo periodo del nostro Paese.

Ad esempio, come il Governo ha già previsto (in parte e non in forma strutturale) dal terzo trimestre del 2021, utilizzando i proventi delle aste della CO2 per ridurre le bollette mitigando gli aumenti per i clienti. Rendere strutturale tale misura vuol dire non scaricare l’aumento dei costi di emissione della CO2 sui consumatori finali a livello strategico e non tattico.

Ecco perché, al di là del momento contingente, il costo straordinario della “vecchia transizione ecologica” serve per capire la scarsa competitività dei prezzi delle nostre PMI che incorporano questo altissimo costo ordinario dell’energia che non è solo della fase attuale ma viene da lontano. Ed è anche per questo che ci stanno impattando in maniera travolgente i costi delle strozzature e delle speculazioni da pandemia, e la necessità di trasformazioni e investimenti della “nuova transizione ecologica”.

Questo non vuol dire essere contro la transizione ecologica. Vogliamo solo rappresentare un dato di realtà per essere consapevoli e comprendere dove destinare le risorse. Sia per mantenere competitivi i prodotti delle nostre imprese, sia per non caricare troppo le spese delle nostre famiglie, rischiando di comprimere gli altri consumi. Ad esempio, nell’ambito del già ricordato piano strategico andrebbe prevista un’azione di medio periodo finalizzata ad ammortizzare e guidare la fase di transizione dai motori endotermici all’elettrico che, come dimostrano i casi Marelli e Bosch di questi giorni, genererà moltissime sofferenze sul piano occupazionale per tutta la filiera della componentistica auto, una dei punti di forza delle nostre esportazioni.

Ecco perché la transizione verso modelli di sviluppo energetico sostenibile con un vero piano energetico nazionale di lungo periodo va finanziata a tutti i costi e perseguita al di là di qualsiasi interesse di parte e di qualsiasi snodo burocratico.

A rischio dissesto finanziario più di 700mila PMI con una possibile perdita di circa 27 miliardi di €

Lo ricordavamo nelle riflessioni di apertura. Per circa 700mila aziende italiane c’è il rischio insolvenza con un crac, in prospettiva, da oltre 27 miliardi di euro.

In totale, le norme dei vari decreti sui prestiti bancari pandemici valgono:

  • moratorie su 247,6 miliardi di euro complessivi di cui 27 miliardi relativi alle moratorie accordata a 694.894 imprese (moratorie scadute e non rinnovate per il 2022);
  • i restanti 220,5 miliardi sono, invece, prestiti garantiti dallo Stato, così ripartiti: 22,9 miliardi, erogati a 1,1 milioni di soggetti (piccole e piccolissime imprese e partite Iva) sono relativi a operazioni fino a 30mila €, mentre i restanti 197,5 miliardi sono crediti sopra i 30mila €, erogati a circa 1,4 milioni di soggetti (prevalentemente PMI).

Si tratta di un grosso problema per le banche e per l’economia nel suo complesso perché:

  • da una parte, le banche dovranno capire se circa 2 milioni e 700mila persone riprenderanno a pagare i propri mutui, avendo ancora un lavoro in grado di onorare il mutuo stesso, anche a seguito della fine del divieto di licenziamento;
  • dall’altra, gli ulteriori 220,5 miliardi rischiano di diventare un vero problema per le banche inizialmente, e per lo Stato a seguire, per quelle PMI che non saranno in grado, anche a seguito del proseguimento (per quanto attenuato) della pandemia, di trovarsi in pancia un grande quantità di NPL. L’ipotesi del Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI è che ci siano già adesso almeno 50/60 miliardi di NPL potenziali che emergeranno nel 2022.

Il dramma settoriale: CIGS in deroga e AIO (Assegno Ordinario Covid) non prorogati dopo il 31/12/2021

C’è poi il tema della proroga della CIGS, Cassa integrazione guadagni in deroga e dell’assegno ordinario Covid, possibilmente fino al 31 marzo prossimo. Il Governo ha prorogato lo stato d’emergenza al 31 marzo, ma la Legge di Bilancio non ha previsto deroghe. Diverse decine di migliaia di PMI (studi professionali, bar, ristoranti, alberghi) dovranno rinunciare ai propri dipendenti con il serio pericolo di dover chiudere.

L’accesso scontato al FIS (Fondo di integrazione salariale) non può sostituire un’eventuale proroga della CIGS, Cassa integrazione guadagni in deroga e dell’assegno ordinario Covid fino al 31 marzo. Sotto il profilo dei ristori e dello stop alle tasse alle attività chiuse di recente, le risorse, come abbiamo detto in apertura, sono insufficienti perché alcuni settori sono allo stremo e gli stiamo levando anche l’accesso alla terapia intensiva.

Il Parlamento ci starebbe lavorando ma, in questo momento, le imprese stanno chiudendo o stanno licenziando. Bisognerebbe dare oggi certezze che purtroppo non ci sono ancora. E senza prospettive (pensiamo a settori come quelli del turismo senza domanda), i business plan non si fanno e non si assumono persone. Casomai si licenziano.

Dal 1° gennaio 2022, il Tasso Legale d’Interesse è salito del 125% a causa dell’inflazione

Ci preoccupiamo delle spinte inflative dei mercati globali e delle loro filiere spezzate e delle conseguenze sul caro luce e gas ma, nel mentre, cosa succede in Italia?

Viene aumentato del 125% il saggio di interesse legale con riverberi straordinari su tutte le cartelle (avvisi, accertamenti, riscossioni, ravvedimento operoso, rateizzazioni, affitti) e su tutti gli altri meccanismi interessati dal tasso di interesse legale. Incredibile in questo momento. Bene ricordarsi dell’aumento delle bollette, ma il resto dove lo lasciamo?

Ricordarsi dell’agricoltura. La fiammata del prezzo del grano e le ripercussioni sul prezzo al dettaglio della pasta

I rincari del sistema logistico e dell’energie alla fine sono arrivati fin dentro al carrello della spesa. Un chilo di pasta, che a settembre la grande distribuzione comprava a 1,10 euro, ora ne costa 1,40. E per l’inizio di febbraio arriverà a più di 1,50 €. Un aumento di circa il 40%.

I consumatori stanno metabolizzando gli aumenti anche perché la pasta resta ancora l’alimento che costa meno di tutti. La Grande Distribuzione ha spalmato poi gli aumenti con gradualità: i primi dieci centesimi in più a ottobre, i secondi a novembre, i terzi a dicembre.

Adesso siamo al nuovo scalino e nessuno ha ancora compreso se ci saranno ulteriori aumenti dei prezzi. E questo anche se a dicembre gli stabilimenti produttivi si sono fermati per 15 giorni e nessuno ha comprato grano. Noi oggi usiamo grano nazionale per il 70-80%, ma per quanto in Italia l’ultima produzione sia andata bene, non siamo un Paese autosufficiente.

E quindi i produttori italiani dovranno comprare più grano estero a prezzi più alti. Senza dimenticare che le industrie del nostro Paese pagheranno di più il grano italiano perché i nostri agricoltori, all’aumentare della domanda, aumenteranno il prezzo.

Per questo ci dobbiamo aspettare ulteriori aumenti di prezzo. Sarà pure inflazione HDL (quindi teoricamente buona), ma stiamo sempre parlando della diminuzione del potere reale di acquisto dei consumatori.

L’ingiustizia finale: dalla rimodulazione delle aliquote IRPEF alla Riforma Fiscale

Partiamo da una considerazione inziale. Riteniamo positive le cifre complessive (8 miliardi di €) contenute nella Legge di Bilancio per la rimodulazione delle aliquote fiscali IRPEF. Qualcuno dice che sono troppe per la parte media della curva dei redditi, e sono poche per la parte più bassa.

Tanto, comunque, sono poche in generale per mitigare la curva complessiva, anche perché la spending review della PA rimane una specie di “araba fenice”. Ma, anche se poche, sono un segnale importante perché da qualche parte bisognava iniziare ad abbassare le tasse. Per questo ci va bene tutto.

D’altra parte, il problema di fondo rimane comunque sempre lo stesso: l’entità del cuneo complessivo tra costo dell’impresa e netto in busta paga per il dipendente. Parliamo del 47% per cui per dare ad un dipendente 100 € in busta paga, l’impresa ne deve pagare 147. Ma di questi 147, circa 33 sono di contributi previdenziali (non comprimibili) e solo 14 di altri contributi, di cui una parte importante dedicati alla sicurezza sul lavoro.

L’unica via di uscita è allora quella di rimodulare la tassazione allargando la base imponibile (piccolissima) del nostro Paese. E questo perché, come ci ricorda Itinerari Previdenziali, il totale dei redditi prodotti nel 2019 e dichiarati nel 2020 ai fini IRPEF ammonta a 884,484 miliardi, per un gettito IRPEF generato di 172,56 miliardi di euro (155,18 per l’IRPEF ordinaria, 12,31 per l’addizionale regionale e 5,07 per l’addizionale comunale).

Altro che curva di progressività prevista dalla Costituzione. Su 41,52 milioni di contribuenti di questo Paese:

  • più 10 milioni di contribuenti non pagano nemmeno un € di IRPEF;
  • chi è sotto i 7 mila e 500 euro all’anno versa in media 2,5 € al mese per un totale di soli 30 € annui;
  • circa 8 milioni di contribuenti con un reddito tra i 7.500 e i 15mila € l’anno pagano solo 37,8 € di IRPEF al mese per un totale (misero) di 453,6 € all’anno;
  • il 43.6% dei contribuenti (quelli fino a 15mila € all’anno) paga solo il 2,3% dell’IRPEF pari a 20,3 miliardi di €;
  • il 43,1% dei contribuenti (quelli da 15 a 35mila € all’anno) paga il 38,8% dell’IRPEF pari a 343,17 miliardi di €;
  • il 13,2% dei contribuenti che guadagna oltre i 35mila all’anno paga il 58.8% dell’IRPEF pari a 520 miliardi di €.

Tutto questo vuol dire che il 56,3% dei contribuenti paga quasi tutti i servizi all’insieme dei 60 milioni di cittadini del nostro Paese. In valori assoluti, su 60 milioni di connazionali, circa 23 milioni (poco più del 30%) sopportano la maggior parte della spesa pubblica (circa 863 miliardi di € all’anno su circa 890 miliardi complessivi) mentre i restanti cittadini (circa 37 milioni) pagano solo 20,7 miliardi di €.

Su base individuale, a fronte di un sistema di servizi pubblici (Pubblica Amministrazione centrale, Enti Territoriali, sanità, istruzione, trasporti, rifiuti, sicurezza, assistenza, eccetera) che costa annualmente circa 7000 € per ogni cittadino italiano, ecco quello che pagano i nostri connazionali:

  1. 10,3 milioni di connazionali pagano “zero” € cadauno;
  2. 26,7 milioni di connazionali pagano all’incirca 549 € cadauno;
  3. Tutti gli altri 23 milioni di connazionali versano all’incirca 37.500 € cadauno.

Un’ingiustizia assoluta da stigmatizzare e da risolvere prima possibile.

Fonte : Deiana, Presidente Confassociazioni: “Cosa succede nel2022? Arriva una mini tempesta perfetta fatta di inflazione, costo dell’energia, fallimenti, aumento del costo del denaro? e se ci sarà come evitarla? le analisi e le proposte del primo report 2022 del Centro Studi di Confassociazioni”
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