MUTATIS MUTANDIS

N. 190 SENTENZA 23 settembre – 7 ottobre 2021

Giudizio di legittimita’ costituzionale in via incidentale. Documentazione amministrativa – False dichiarazioni sostitutive di atto notorio o di certificazioni – Decadenza automatica dai benefici conseguenti al provvedimento rilasciato in base ad esse – Denunciata violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità – Inammissibilità della questione. – Decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, art. 75. – Costituzione, art. 3. (T-210190) (GU 1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n.41 del 13-10-2021)

“il diniego del rinnovo è derivato dall’assenza del requisito della insussistenza di pendenze fiscali e non dalla falsità della dichiarazione.”

Tradotto in sarebbe più semplice se:

non ci si può arrampicare sull’autocertificazione (magari mendace) per far valere un diritto (rinnovo del patentino per la vendita di prodotti da fumo) che non può spettare se si hanno pendenze fiscali anche remote, anche ridicole, ma pendenti!.

(Dott. Pierfrancesco Salerno)

ha pronunciato la seguente

                              SENTENZA

Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art.  75 del

decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n.  445,

recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari

in materia di documentazione amministrativa (Testo A)», promosso dal

Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di

Lecce, nel procedimento vertente tra Naxos srl e Agenzia delle dogane

e dei monopoli – Ufficio dei monopoli per la Puglia, la Basilicata e

il Molise, con ordinanza del 30 gennaio 2020, iscritta al n.  92 del

registro ordinanze 2020 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della

Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell’anno 2020.

    Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei

ministri;

    udito nella camera di consiglio del 22 settembre 2021 il Giudice

relatore Giuliano Amato;

    deliberato nella camera di consiglio del 23 settembre 2021.

                          Ritenuto in fatto

    1.- Con ordinanza depositata il 30 gennaio 2020, il Tribunale

amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di Lecce, ha

sollevato, in riferimento all’art. 3, secondo comma, della

Costituzione, questione di legittimita’ costituzionale dell’art.  75

del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445,

recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari

in materia di documentazione amministrativa (Testo A)».

    La disposizione censurata disciplina le conseguenze delle false

dichiarazioni sostitutive di atto notorio o di certificazioni.  Nel

testo vigente ratione temporis, essa prevede che «[f]ermo restando

quanto previsto dall’articolo 76, qualora dal controllo di cui

all’articolo 71 emerga la non veridicita’ del contenuto della

dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente

conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione

non veritiera».

    E’denunciata la violazione   dell’art.   3   Cost., poiche’

l’automatica decadenza dal beneficio e l’impedimento a conseguire lo

stesso, quali «conseguenze […] lato sensu sanzionatorie» della

dichiarazione mendace, colpirebbero in  maniera indiscriminata

condotte di rilievo differente e si porrebbero in contrasto con i

principi di ragionevolezza e proporzionalita’, essendo preclusa

qualsiasi valutazione circa la gravita’ del fatto, il suo disvalore e

l’elemento soggettivo del dolo o della colpa del dichiarante.

    2.- Nel giudizio a quo e’ impugnato il provvedimento di diniego

di un’istanza di rinnovo del patentino per la vendita di prodotti da

fumo. Riferisce il giudice rimettente che tale diniego e’ stato

determinato dalla non veridicita’ della dichiarazione sostitutiva di

atto notorio che la accompagnava. In particolare, risulta omessa la

dichiarazione, da parte dell’istante, di alcuni debiti verso

l’erario, rappresentati da due cartelle esattoriali emesse

dall’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento del canone RAI

per gli anni 2016 e 2017, per complessivi euro 897,92.

    Ad avviso del rimettente, la pretesa tributaria avrebbe ormai

carattere definitivo, in considerazione della mancata interposizione

di alcun gravame e dell’acquiescenza prestata dalla parte ricorrente,

che – dopo l’autodichiarazione, ma prima del diniego di rinnovo – ha

provveduto all’integrale pagamento del debito.

    Il giudice a quo riferisce, inoltre, di avere accolto l’istanza

cautelare di sospensione del provvedimento impugnato.

    Ad avviso del giudice rimettente, la non veridicita’ della

dichiarazione costituirebbe l’unico presupposto del provvedimento di

diniego.  Pertanto, non   sarebbe   possibile prescindere dalla

definizione della questione di legittimita’ costituzionale dell’art.

75 del d.P.R. n. 445 del 2000 che, in presenza di dichiarazioni

mendaci, prevede la decadenza «dai benefici eventualmente conseguenti

al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non

veritiera».

    2.1.- Il giudice a quo evidenzia che, secondo la consolidata

giurisprudenza amministrativa, la dichiarazione non veritiera, al di

la’ dei profili penali, preclude al dichiarante il raggiungimento

dello scopo cui la stessa era indirizzata e comporta l’automatica

decadenza dai benefici ottenuti.  Al riguardo, sono richiamate le

sentenze del Consiglio di Stato, sezione quinta, 9 aprile 2013, n.

1933, e 27 aprile 2012, n. 2447. Si tratterebbe di una consolidata

interpretazione, tale da assurgere al rango di «diritto vivente».

    Ad avviso del giudice a quo, queste conseguenze, oltre ad avere

valenza lato sensu sanzionatoria, sarebbero irragionevoli e

sproporzionate, in quanto prescindono dall’effettiva gravita’ del

fatto e dalla sua incidenza   rispetto   all’interesse  pubblico

perseguito dall’amministrazione. Verrebbe, infatti, riservato il

medesimo trattamento a situazioni oggettivamente diverse, con la

conseguenza che nei casi di non veridicita’ su aspetti di minima

rilevanza concreta possono aversi conseguenze abnormi e

sproporzionate rispetto al reale disvalore del fatto.

    D’altra parte, le censure non potrebbero essere superate facendo

leva sulla ratio della norma censurata, rinvenibile nel principio di

semplificazione amministrativa, cui si accompagna l’affermazione

dell’autoresponsabilita’ del dichiarante. Al riguardo, si fa rilevare

che la norma in esame e’ volta a rendere piu’ efficiente l’azione

amministrativa, ma e’ anche finalizzata a garantire i diritti dei

singoli di volta in volta coinvolti nel procedimento amministrativo

nell’ambito del quale sono rese le dichiarazioni. Il rigido

automatismo in esame sarebbe lesivo dell’equilibrio fra le diverse

esigenze in gioco, poiche’ pregiudicherebbe i diritti costituzionali

del singolo. La finalita’ di semplificazione si risolverebbe, in

definitiva, nella diminuzione degli adempimenti a carico

dell’amministrazione pubblica, a fronte di un’eccessiva

autoresponsabilita’ del privato.

    Si fa rilevare, infine, che, in base all’art. 40, comma 01, del

d.P.R. n. 445 del 2000, come modificato dall’art. 15, comma 1,

lettera a), della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante

«Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale

dello Stato (Legge di stabilita’ 2012)», il privato ha l’obbligo, e

non piu’ la facolta’, di presentare alle amministrazioni le

«dichiarazioni di cui agli articoli 46 e 47». La semplificazione in

esame si risolverebbe essa stessa, quindi, nella diminuzione degli

adempimenti a carico dell’amministrazione pubblica, a fronte di

un’eccessiva autoresponsabilita’ del privato.

    3.- Nel giudizio e’ intervenuto il Presidente del Consiglio dei

ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello

Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o

comunque non fondata.

    3.1.- In via preliminare, e’ eccepito il difetto di motivazione

in ordine alla rilevanza della questione, poiche’ il giudice a quo

avrebbe omesso di considerare le disposizioni del decreto del

Ministro dell’economia e delle finanze 21 febbraio 2013, n.  38

(Regolamento recante disciplina della distribuzione e vendita dei

prodotti da fumo), che all’art. 7 detta i criteri per il rilascio di

patentini e, in particolare, al comma 3, dispone che «Ai fini

dell’adozione del provvedimento, gli Uffici competenti in relazione

all’esercizio del richiedente, valutano: […] g) l’assenza di

eventuali pendenze fiscali e/o di morosita’ verso l’Erario o verso

l’Agente della riscossione definitivamente accertate o risultanti da

sentenze non impugnabili».

    Nel caso in esame, il diniego del rinnovo e’ derivato

dall’assenza del requisito della insussistenza di pendenze fiscali e

non dalla falsita’ della dichiarazione. Infatti, laddove fosse stata

accertata l’insussistenza del requisito anche dopo il rinnovo del

patentino, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli (d’ora in avanti:

ADM) ne avrebbe comunque disposto il ritiro.

    Pertanto, le censure del rimettente avrebbero dovuto riguardare

direttamente il regolamento ministeriale, che preclude il rinnovo del

patentino senza prevedere una graduazione circa la rilevanza delle

pendenze fiscali.  Sarebbe stata cosi’ omessa la verifica della

rilevanza della questione, con l’effetto di renderla inammissibile.

    3.1.1.- Inoltre, l’onere di adeguata motivazione in punto di

rilevanza non sarebbe stato assolto neppure con riguardo alla

descrizione della fattispecie concreta e, in particolare, al

carattere definitivo dell’accertamento delle pendenze fiscali o

morosita’ verso l’erario.

    Infatti, la sola indicazione dell’anno di riferimento del credito

erariale, senza alcuna indicazione del giorno di notifica della

cartella, non dimostrerebbe che il credito erariale e’ stato

accertato in via definitiva, non potendosi escludere l’avvio di una

procedura esecutiva, ne’ la proponibilita’ del ricorso ai sensi del

decreto legislativo 26 febbraio 1999, n.  46 (Riordino   della

disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell’articolo 1

della legge 28 settembre 1998, n. 337), ovvero dell’opposizione agli

atti esecutivi, di cui all’art. 617 del codice di procedura civile.

    In effetti, neppure il pagamento da parte del debitore potrebbe

far ritenere che – al momento della dichiarazione – il credito

erariale   fosse   gia’ definitivamente accertato.L’incompleta

descrizione della fattispecie si rifletterebbe, quindi, nel difetto

di motivazione sulla rilevanza, determinando l’inammissibilita’ della

questione.

    3.1.2.- D’altra parte, secondo l’interveniente, sarebbe erroneo

il presupposto interpretativo su cui si fonda l’ordinanza di

rimessione.  Infatti, la decadenza prevista dalla   disposizione

censurata andrebbe riferita ai benefici gia’ entrati nella sfera

giuridica del dichiarante. Il rimettente non spiegherebbe i motivi

per cui essa debba estendersi anche a benefici non ancora ottenuti,

come quello connesso al rinnovo del patentino, che si sostanzia in un

rinnovato rilascio del provvedimento ampliativo.  Anche da queste

considerazioni discenderebbe il difetto di rilevanza della questione.

    3.1.3.- L’Avvocatura generale dello Stato eccepisce, inoltre, il

mancato esperimento del tentativo di interpretazione conforme.

    L’esegesi del censurato art. 75 del d.P.R.  n.  445 del 2000,

richiamata dal giudice a quo e considerata alla stregua di diritto

vivente, sarebbe tutt’altro che consolidata. Di recente, infatti, la

giurisprudenza del Consiglio di Stato avrebbe offerto una lettura

costituzionalmente orientata dell’autocertificazione, che valorizza

la sostanza dell’attestazione e consente la regolarizzazione delle

dichiarazioni sostitutive di atto di  notorieta’, quando  si  e’ in

presenza di vizi meramente formali (sono richiamate le sentenze del

Consiglio di Stato, sezione quinta, 17 gennaio 2018, n.  257 e 23

gennaio 2018, n.  418, che hanno, rispettivamente, confermato le

decisioni dello stesso TAR Puglia, sezione staccata di Lecce, sezione

seconda, 21 dicembre 2015, n. 3664, e 18 febbraio 2016, n. 335).

    Secondo questa interpretazione, per la decadenza o per il diniego

del beneficio non sarebbe determinante il profilo formale della

falsita’ della dichiarazione, bensi’ quello sostanziale, costituito

dalla mancanza del requisito falsamente dichiarato.

    Tale rilievo troverebbe conferma nell’orientamento

giurisprudenziale che fonda il diniego o la revoca del visto o del

permesso di soggiorno a cittadini extracomunitari, non sulla falsita’

dell’attestazione allegata all’istanza, bensi’ sul difetto oggettivo

del requisito falsamente attestato (e’ richiamata la sentenza del

Consiglio di Stato, sezione terza, 30 agosto 2018, n.  5086). Per

converso, ove l’istante abbia dimostrato, anche per vicende

sopravvenute, di essere in possesso del requisito, la falsita’ della

dichiarazione non avrebbe effetti  preclusivi  (Consiglio  di  Stato,

sezione terza, sentenza 30 dicembre 2015, n. 5880).

    D’altra parte, l’interveniente evidenzia che, laddove l’istanza

di rinnovo del patentino si presenti incompleta, la giurisprudenza

amministrativa ha ammesso il soccorso istruttorio e ha riconosciuto,

inoltre, che l’amministrazione e’ tenuta a valutare compiutamente la

portata, il peso e l’attualita’ delle pendenze fiscali sussistenti al

momento dell’esame dell’istanza e quindi a tenere conto, ad esempio,

della rateizzazione del pagamento del debito fiscale (e’ richiamata

la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia,

Palermo, sezione prima, 29 ottobre 2018, n. 2190).

    Piu’ di recente, il provvedimento di rigetto dell’istanza di

rinnovo del patentino e’ stato annullato sul rilievo che non sarebbe

qualificabile come pendenza fiscale, ai sensi dell’art. 8 del d.m. n.

38 del 2013, quella situazione di fatto che, alla luce della

normativa tributaria, non possiede i relativi caratteri come, ad

esempio, il mancato superamento della soglia minima di rilevanza

fiscale, fissata dall’art. 3, comma 10, del decreto-legge 2 marzo

2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni

tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di

accertamento), convertito, con modificazioni, nella legge 26 aprile

2012, n. 44. Ai fini di cui all’art. 75 del d.P.R. n. 445 del 2000,

e’ stata esclusa la non veridicita’ di una dichiarazione

intrinsecamente corrispondente a detta normativa (Tribunale

amministrativo regionale per la Basilicata, sezione prima, sentenza 7

gennaio 2019, n. 31; nello stesso senso, e’ richiamata anche la

sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Molise,

sezione prima, 28 dicembre 2019, n. 478).

    Vi sarebbero, quindi, percorsi ermeneutici che consentono

un’interpretazione adeguatrice della disposizione censurata, idonea a

sottrarla al contrasto con il parametro costituzionale evocato.

Dall’omessa sperimentazione di un tentativo di lettura secundum

Constitutionem conseguirebbe l’inammissibilita’ della questione.

    3.2.- Nel merito, la questione sarebbe comunque non fondata.

    Non   sarebbero   violati   i   principi    di    ragionevolezza,

proporzionalita’ ed imparzialita’ di cui all’art. 3 Cost., poiche’ la

disciplina in esame non sarebbe volta a sanzionare la falsita’ delle

dichiarazioni, quanto piuttosto a garantire la certezza dei rapporti

giuridici, facendo applicazione del principio di autoresponsabilita’

del dichiarante, con evidenti vantaggi per l’amministrazione e per il

cittadino.

    D’altra parte, la concessione del beneficio anche in presenza di

false attestazioni porterebbe ad effetti irragionevoli e contrastanti

con l’art. 3 Cost., finendo per incentivare comportamenti volti

all’attestazione del falso, a danno di chi, invece, operando con

correttezza e buona fede, si assume la responsabilita’ di una

dichiarazione, pur sfavorevole, ma veritiera. La scelta del

legislatore risponde, quindi, ad esigenze di efficacia dell’azione

amministrativa, le quali sarebbero frustrate laddove fosse attribuita

all’amministrazione una valutazione in ordine alla gravita’ del fatto

contestato ed all’elemento soggettivo del dichiarante.

                       Considerato in diritto

    1.- Il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione

staccata di Lecce, con ordinanza del 30 gennaio 2020, ha sollevato,

in riferimento all’art.  3 della Costituzione, questione di

legittimita’ costituzionale dell’art. 75 del decreto del Presidente

della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, recante «Testo unico delle

disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione

amministrativa (Testo A)».

    La disposizione censurata disciplina le conseguenze delle false

dichiarazioni sostitutive di atto notorio o di certificazioni.  Nel

testo vigente ratione temporis essa prevede che «[f]ermo restando

quanto previsto dall’articolo 76, qualora dal controllo di cui

all’articolo 71 emerga la non veridicita’ del contenuto della

dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente

conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione

non veritiera».

    E’denunciata la violazione   dell’art. 3 Cost., poiche’

l’automatica decadenza dal beneficio e l’impedimento a conseguire lo

stesso, quali «conseguenze […] lato sensu sanzionatorie» della

dichiarazione mendace, colpirebbero in maniera indiscriminata

condotte di rilievo differente e si porrebbero in contrasto con i

principi di ragionevolezza e proporzionalita’, essendo preclusa

qualsiasi valutazione circa la gravita’ del fatto, il suo disvalore e

l’elemento soggettivo del dolo o della colpa del dichiarante.

    2.- La questione e’ inammissibile.

    2.1.- Nell’ordinanza di rinvio il giudice a quo riferisce che

l’impugnato provvedimento di diniego ha ad oggetto un’istanza di

rinnovo del patentino per la vendita di prodotti da fumo e che tale

diniego e’ stato determinato dalla non veridicita’ della

dichiarazione sostitutiva di atto notorio che la accompagnava. La

falsita’ della dichiarazione sarebbe consistita nell’omessa

indicazione di pendenze nei confronti dell’erario o dell’agente per

la riscossione.  Dalle verifiche effettuate dall’amministrazione,

sarebbe emerso, infatti, che nei confronti della societa’ ricorrente

erano state emesse alcune cartelle di pagamento, non dichiarate al

momento della presentazione dell’istanza.

    2.2.- La disciplina del rilascio e del rinnovo dei patentini per

la vendita di prodotti da fumo e’ contenuta nel decreto del Ministro

dell’economia e delle finanze 21 febbraio 2013, n.  38 (Regolamento

recante disciplina della distribuzione e vendita dei prodotti da

fumo), che agli artt. 7 e 8 stabilisce i requisiti per il rilascio

del titolo.

    In particolare, l’art. 7 (Criteri per il rilascio di patentini)

prevede, al comma 3, che, «[a]i fini dell’adozione del provvedimento,

gli Uffici competenti in relazione all’esercizio del richiedente,

valutano: […] g) l’assenza di eventuali pendenze fiscali e/o di

morosita’ verso l’Erario o verso   l’Agente   della   riscossione

definitivamente accertate o risultanti da sentenze non impugnabili».

Il successivo art. 8 (Rilascio dei patentini), al comma 3, prevede

parimenti che «[l]a dichiarazione sostitutiva di atto notorio indica:

[…] f) la sussistenza di eventuali pendenze fiscali e/o di

morosita’ verso l’Erario o verso il concessionario della riscossione

definitivamente accertate o risultanti da sentenze non impugnabili».

    2.2.1.- Entrambe le   disposizioni sono state modificate,

successivamente all’ordinanza di rimessione, dal decreto del Ministro

dell’economia del 12 febbraio 2021, n. 51 (Regolamento recante

modifiche al decreto ministeriale 21 febbraio 2013, n.  38, recante

disciplina della distribuzione e vendita dei prodotti da fumo).  Per

effetto di queste modifiche, la competente amministrazione e’ tenuta

a valutare «la sussistenza di eventuali violazioni fiscali   e

situazioni di morosita’ verso l’Erario o verso l’Agente della

riscossione di importo superiore a quello previsto dall’articolo 80,

comma 4, del decreto legislativo n.  50 del 2016, definitivamente

accertate o risultanti da sentenze non piu’ impugnabili».  E’ stato

quindi escluso il rilievo – ai fini del rilascio del patentino – di

obbligazioni tributarie, definitivamente accertate, di   importo

inferiore alla soglia indicata.

    La novella e’ entrata in vigore in epoca successiva all’atto

impugnato nel giudizio a quo, il quale rimane regolato dalla

precedente disciplina, in applicazione del principio tempus regit

actum. Essa appare comunque indicativa dell’evoluzione del quadro

normativo di riferimento, nel senso della graduazione del rilievo

delle pendenze fiscali.

    2.3.- Dalla considerazione degli artt. 7 e 8 del d.m. n.  38 del

2013 – nel testo vigente ratione temporis – discende che, nel caso in

esame, la mancanza del requisito della regolarita’ fiscale era

suscettibile di precludere il rinnovo del titolo anche se la

dichiarazione fosse stata veritiera e avesse puntualmente riferito la

sussistenza delle pendenze fiscali e, quindi, anche a prescindere

dalla falsita’ della dichiarazione resa ai sensi del dP.R.  n.  445

del 2000.

    Gli effetti irragionevoli e sproporzionati lamentati dal giudice

a quo, in quanto vi siano, sarebbero da ricondurre alle disposizioni

di rango regolamentare che prevedono i criteri per il rilascio di

patentini. Sono queste ultime, infatti, che, nel testo applicabile

ratione temporis, precludevano il rinnovo del titolo per la mancanza

del requisito della regolarita’ fiscale.

    D’altra parte, il carattere non veridico della dichiarazione resa

dall’interessato non poteva esimere il rimettente dalla necessita’ di

fare applicazione delle disposizioni del d.m. n. 38 del 2013, alla

cui stregua doveva essere formulato il giudizio di verita’ o falsita’

della dichiarazione in esame.

    L’omessa considerazione di questi argomenti si traduce nel vizio

di motivazione dell’ordinanza, in riferimento al requisito della

rilevanza della questione di legittimita’ costituzionale.

    2.4.- Peraltro, nell’escludere il rilievo delle disposizioni del

d.m. n. 38 del 2013, l’iter argomentativo del rimettente denota

un’ulteriore carenza.

    Va infatti posto in evidenza che e’ lo stesso art.  7, comma 3,

del d.m. n. 38 del 2013 a prevedere che, ai fini del rilascio dei

patentini, «gli Uffici competenti […] valutano» le specifiche

condizioni di operativita’ degli esercizi interessati, tra le quali

e’ espressamente prevista anche la loro regolarita’ fiscale. Lo

spazio per l’apprezzamento discrezionale da parte

dell’amministrazione in ordine allo specifico rilievo delle pendenze

o morosita’ definitivamente accertate si colloca, quindi, nella

precedente fase di verifica dei requisiti, anziche’ in quella delle

conseguenze delle false   dichiarazioni, come prospettato dal

rimettente.

    La natura discrezionale dell’apprezzamento compiuto

dall’amministrazione in ordine a tali condizioni e’ avvalorata anche

dal raffronto con il tenore del successivo comma 4 dello stesso art.

7, che stabilisce le condizioni assolutamente («[i]n ogni caso»)

ostative al rilascio dei patentini (prossimita’ a una rivendita in

cui risulti installato un distributore automatico di tabacchi

lavorati).

    Il giudice rimettente, ritenendo assorbente il rilievo della

falsita’ della dichiarazione, ha escluso l’applicazione di questa

disciplina di rango regolamentare. Viceversa – come gia’ rilevato da

questa Corte nella sentenza n.  199 del 2019 – la stessa appare

suscettibile di definire il contenzioso instaurato dal ricorrente.

    2.5.- Il difetto di motivazione sulla rilevanza della questione

inficia, dunque,  l’ordinanza in esame, determinandone

l’inammissibilita’ (ex plurimis, sentenze n. 259, n. 41 e n.  30 del

2020; n. 266, n. 199, n. 179 e n. 73 del 2019; n.  204, n.  194, n.

114, n. 102 e n. 18 del 2018).

per questi motivi

                       LA CORTE COSTITUZIONALE

    dichiara   inammissibile la questione di legittimita’

costituzionale dell’art.  75 del decreto del Presidente della

Repubblica 28 dicembre 2000, n.  445, recante «Testo unico delle

disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione

amministrativa (Testo A)», sollevata, in riferimento all’art. 3 della

Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per la Puglia,

sezione staccata di Lecce, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

    Cosi’ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,

Palazzo della Consulta, il 23 settembre 2021.

                                F.to:

                   Giancarlo CORAGGIO, Presidente

                      Giuliano AMATO, Redattore

             Roberto MILANA, Direttore della Cancelleria

    Depositata in Cancelleria il 7 ottobre 2021.

                   Il Direttore della Cancelleria

                        F.to: Roberto MILANA

di Pierfrancesco Salerno